Caro Ernesto,

la tua immagine è simbolo di lotta e utopia, araldo dell’imperialismo e della rivoluzione latinoamericana.

Credo che molte persone non avessero le idee chiare su chi fossi e da dove venissi, il tuo volto era l’immagine della rivoluzione.

La tua immagine era straordinaria, aveva un effetto incredibile sul popolo in ogni parte del mondo, con la tua barba e i capelli lunghi apparivi come una  “ pop star”.

In ogni foto i tuoi occhi sorridono, eri l’immagine di un “eroe che non aveva perso la tenerezza”.

Le tue foto, Ernesto, trasmettono forza e sensibilità al mondo intero,  sei magnetico: il volto del Che è la calamita e le menti del popolo il ferro.

Sei stato il massimo esempio della spontanea mitizzazione di un uomo attraverso un’immagine, l’immagine dell’eroe liberatore, da parte delle masse, persone sparse nell’ intero mondo occidentale.

La foto di Korda, intitolata “Guerrillero Heroico” che ti ritrae, è stata una delle foto più stampate del XX secolo (a titolo completamente gratuito, tanto che il suo autore, il fotografo Alberto Korda non ne trasse alcun guadagno.)

Alla metà del Novecento, il  popolo cubano e non solo, rimaneva “felicemente ipnotizzato” dall ’immagine del guerrigliero Guevara. I tuoi seguaci erano sparsi in tutto l’emisfero occidentale.

Abbiamo in te un esempio dell’esatto contrario delle propagande dei dittatori del ventesimo secolo.

Tu non manipolavi volutamente le folle e la loro coscienza, ma diffondevi le tue idee e facevi del tuo grande dono, un incredibile e naturale carisma, il più grande mezzo di diffusione mediatica della tua propaganda.

Il “bell’ eroe” arrivava a cavallo del suo destriero e con un sorriso trasmetteva sicurezza e l’utopia della libertà.

Oggi, a più di quarant’ anni dalla tua morte, migliaia di giovani continuano ad adorare la tua immagine la cui diffusione si può considerare uno dei più grandi fenomeni mediatici del novecento.

Le donne ti amavano, gli uomini ti emulavano e i ragazzi dormono ancora con la tua foto alla parete della loro stanza.

Negli anni ’50 era nato un mito che non sarebbe stato facile abbattere mai.

“Hasta la Victoria Siempre!” e il popolo risponde :“Hasta Siempre Comandante!”

Oggi non ci sei più, ma ancora qualcuno davanti ad una tua foto o dinnanzi un graffito su un muro che ti ritrae, ti risponde fedele.

Ma in quanti possono affermare con sicurezza di sapere chi fosse veramente Ernesto Guevara de la Serna? Chi c’era dietro quell’ immagine che mandava in visibilio le folle? Forse pochi lo sanno, ma il popolo ama il mito e ciò che rappresenta.

I cuori battono per Guevara, e non per paura, come in passato per il Fuhrer, ma d’amore per il Fùser (soprannome di Ernesto Guevara che sta per Furibondo Serna).

Ernesto con la sua famiglia.

Di seguito alcuni tratti della biografia del Che scritta da Ignazio Taibo, che ho amato tanto, perché mostra il vero uomo e non un mito di carta!

“Sono passati più di quarant’ anni e il Che continua a tornare , come uno spot televisivo che qualcuno ha dimenticato di togliere dalla programmazione. […] Dovremo crucciarci? In nome di quale superiore purezza dovremmo scandalizzarci di fronte ai tipici fenomeni della società del consumismo con la quale conviviamo quotidianamente?Sono più perverse le magliette con Ronaldinho, Madonna e Maradona o quelle con il Che? Chi scrive, ateo    convinto e dichiarato, sene va in giro felicissimo con la sua maglietta con lo stendardo della Vergine di Guadalupe, bandiera della prima indipendenza del Messico.

Non bisognerebbe inquietarsi, non troppo : sono i deplorevoli echi periferici di un culto di massa, che in molti casi è dotato di contenuti più profondi. Marx è diventato vecchio , nessuno ha mai sentito parlare del principe Kropotkin, Lenin è sospettato di avere inventato la dittatura del proletariato senza proletariato e di aver lasciato quel mostro in eredità a Stalin, che ne portò a compimento la decomposizione in un placido delirio totalitario, Ho Chi Minh è svanito in una nuvola di fumo di tabacco.

Nel grande vuoto rimane il Che. E via via che la sinistra perde, a passi di gigante , pezzi di storia vera e falsa, rimane abbastanza solo. E nella solitudine si costruisce intorno a lui un culto laico , alla cui periferia fa malignamente capolino il consumismo, il ‘Che-business’.

[…] Quel che dovrebbe piuttosto preoccuparci è che la periferia occupi il cuore della leggenda, e poco a poco la rimpiazzi. Che a furia di non raccontarlo, di raccontarlo male , di trasformarlo in dogma , in una frase fatta, in un teorema, o in un santo scipito, il Che svanisca avvolto in sei poster , uno slogan e una maglietta.

Ma sembra che non stia accadendo. I miti sono per natura longevi, resistono al trascorrere di un tempo che non pare toccarli, si muovono nello spazio delle mezze verità , hanno versioni semplificate e versioni complesse, possono essere riassunti in due parole che non necessariamente sono sempre le stesse , o possono essere raccontati più e più volte per giorni.

I miti più potenti sono interclassisti, vanno dal focolare contadino al tavolino di un caffè universitario, e non sempre raccontano la stessa storia. Al di là del messaggio centrale , le versioni differiscono , le morali sono diverse.

I miti si abbelliscono nella memoria dei portavoce del mito, le ore in cui durò l’operazione aumentano , si disegna il sorriso che non c’era, la frase diventa più precisa, il momento dello scontro più lungo, la paura più diffusa.

Al suo fianco compare la magia.

I miti hanno una storia dietro di sé.

I miti sono proprietà delle società. Sono lì per aiutare a costruire pezzettini di utopia , per creare agiografie, immagini, riferimenti, stili di vita, una morale da adottare.

Però con i miti bisogna fare attenzione perché contengono una buona dose di falsità.

Juan Gelman, scrisse tempo fa :”Ma la cosa seria è che in verità / il Comandante Guevara è entrato nella morte / e là cammina a quanto si dice / bello /con pietre sotto braccio / sono di un paese  dove ora  /  Guevara deve morire altri morti / ognuno risolverà la sua morte ora / chi ha gioito è già polvere miserabile  / chi ha pianto che rifletta / chi ha dimenticato , che dimentichi o ricordi “

Il ricordo.

C’è un ricordo. Dalle migliaia di foto, poster , magliette, nastri, dischi, video,cartoline, ritratti, riviste,itinerari turistici, cd, frasi , testimonianze, tutti fantasmi della società industriale che non sa custodire i suoi miti nella sobrietà della memoria, il Che ci guarda attento. Ritorna al di là di tutte le cianfrusaglie in un’epoca di naufragi, è il nostro santo laico.

 Più di quarant’ anni dopo la sua morte, la sua immagine attraversa le generazioni, il suo mito passa in mezzo ai deliri di grandezza del neoliberalismo. Irriverente, beffardo, moralmente ostinato, indimenticabile.

[…]Troverò un’ultima foto del Che da Teo Bruns ad Amburgo, è un manifesto con la scritta .“Compagni, ho in casa un poster di tutti voi. Che”. E si è grati per questa frase , per il ritorno dello spirito caustico che gli era proprio in vita.”

Marilena’s J.

2 Comments

  1. mi piacciono articoli che mostrano l’aspetto umano dei personaggi storici…
    ne potremo avere altri?

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