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Ciao a tutti,

Questa rewiew mi sta particolarmente a cuore e vorrei riuscire a trasmettervi le emozioni che ho provato vedendo la prima volta il documentario “AMY”, pellicola vincitrice del Premio Oscar 2016 .

Il regista Asif Kapadia racconta la drammatica storia di Amy Winehouse regina del Soul bianco e vincitrice del Grammy Award per ben sei volte, attraverso materiale d’archivio e filmati inediti che ci mostrano la vera personalità della cantante e le sue debolezze più intime, narrati dal punto di vista delle persone che le erano più o meno vicine e che in qualche modo hanno fatto parte della sua vita.

Il documentario ripercorre la breve esistenza dell’artista londinese.

Nata da famiglia ebraica nel 1983, a soli dieci anni, Amy aveva già ben chiare le idee e fondò il suo primo gruppo musicale che chiamò “Sweet’ n’ Sour”.

Amy ha sempre mostrato una personalità ribelle e questo si avverte dalle prime scene della pellicola e soprattutto una propensione a filmare moltissimi momenti della sua vita quotidiana che rendono questo documentario talmente realistico da far sembrare di stare curiosando nel privato della vita della cantante.

Dall’inizio si avverte la sensazione di stare dietro a uno di quei vetri-specchio dove la visione è unilaterale e di entrare nell’intimo del suo quotidiano, delle sue paure, delle sue fragilità, ma anche delle sue grandi ambizioni.

Ambizioni che hanno trovato presto la realizzazione. Nel 2003 infatti, con il primo album Frank , Amy conobbe un successo mondiale e fu paragonata ad artiste come Sarah Vaughan e Macy Gray.

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Ma quello che mi ha trasmesso questo documentario, al di là delle notizie sulla vita di Amy, che ripercorre dall’adolescenza fino al tragico momento della morte, avvenuta a Londra il 3 luglio 2011 a soli 27 anni, è l’avermi permesso di guardare davvero nei suoi occhi, fragili, spaventati dal successo, incapaci di comprendere a pieno ciò che le stava vorticosamente girando intorno. Mi ha mostrato il rapporto morboso e basato su una sorta di dipendenza patologica con il marito Blake Fielder , a cui Amy dedica le canzoni “Back to Black” e “Love is a losing game”. In un certo senso l’amore per il marito creava ad Amy la stessa dipendenza che le provocavano l’alcol e le sostanze stupefacenti di cui faceva uso, condividendole proprio con Blake, entrando così in un circolo vizioso di emozioni negative amplificate proprio dall’unione di questi elementi della sua vita.

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Era buona, generosa e capace di creare legami importanti, amava i suoi genitori, nonostante non fossero stati esattamente un modello per una ragazza che invece, avrebbe forse avuto bisogno di esempi di vita diversi, aveva un rapporto intenso con le sue migliori amiche che ha voluto accanto, nei momenti importanti, come i Grammy, o anche solo con una telefonata nel momento della profonda depressione, quando probabilmente Amy aveva già deciso come si sarebbe conclusa la sua vita.

Questa pellicola mi ha fatto riflettere, commuovere e rimanere in silenzio per un po’ al suo termine.

E’ forte e mostra scene forti, ma credo che ne valga assolutamente la pena perché mostra la verità e ci trasmette tristezza, è vero… ma anche tanta umanità.

Beh che altro posso dire…

Vi consiglio di dedicare un paio d’ore del vostro tempo alla visione di questo documentario, che per me è un capolavoro, e alla scoperta di un’anima fragile, perché la voce di Amy Winehouse la conoscono tutti, ma non tutti conoscono il suo cuore.

Vi abbraccio e vi spetto al prossimo articolo.

 

Photo: web

2 Comments

  1. Non posso che applaudire questo tuo post che mi ha fatto rivivere le emozioni intense che mi ha provocato la visione di questo documentario, un vero e proprio capolavoro sulla vita e sulle “note” di una delle più grandi cantanti e interpreti e autrici di canzoni che la storia della musica ci ha regalato!!! Grazie!

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